Valorizzare i borghi per fermare la fuga dei siciliani, in cinque anni persi già 92.000 abitanti - QdS

Valorizzare i borghi per fermare la fuga dei siciliani, in cinque anni persi già 92.000 abitanti

Adriano Agatino Zuccaro

Valorizzare i borghi per fermare la fuga dei siciliani, in cinque anni persi già 92.000 abitanti

giovedì 12 Dicembre 2019 - 00:00
Valorizzare i borghi per fermare la fuga dei siciliani, in cinque anni persi già 92.000 abitanti

In alcuni piccoli centri negli ultimi 70 anni la popolazione si è ridotta anche del 96% e ora rischiano di scomparire

Denatalità ed emigrazione potrebbero portare la Sicilia a perdere fino ad un milione di abitanti da qui al 2050. Cosa accadrebbe se anche una quota crescente di pensionati siciliani decidesse di abbandonare l’Isola in favore di mete europee attraenti dal punto di vista fiscale? Secondo gli accordi bilaterali tra Roma e Lisbona basterà vivere sei mesi all’anno in Portogallo per vedersi accreditare dall’Inps la pensione lorda, con il netto in tasca che può crescere del 15-20% mediamente, e senza che l’erario locale effettui alcun prelievo.

L’Italia “risponde” offrendo ai non residenti nel Belpaese che percepiscono redditi da pensione di fonte estera la facoltà di optare per un’imposta sostitutiva del 7% su tutti i redditi prodotti all’estero (non solo sulle pensioni) per cinque anni, in alternativa alla tassazione ordinaria, se sceglieranno di trasferirsi in una Regione del Sud e in un paese a bassa densità abitativa.

L’Istat ha stilato nel periodo che va dal 1995 al 2014 la classifica delle regioni caratterizzate da maggiori cambi di residenza verso l’estero. La Sicilia con il 14,4% del totale pensionati emigrati guida la classifica, seguono la Lombardia con il 12,2% e il Lazio con il 10,9%.

Verificando il contributo delle singole province al fenomeno migratorio è, invece, evidente il principale apporto della provincia romana e, a seguire, il contributo a macchia di leopardo da parte di aree soprattutto del Nord e del Sud d’Italia, per numero di pensionati emigrati: Milano, Cosenza, Torino, Agrigento, Napoli, Palermo, Catania, Salerno e Bari. Tra le prime dieci province, dunque, tre sono siciliane.

Dati più recenti, da gennaio a dicembre 2018, ci dicono che hanno registrato la loro residenza fuori dei confini nazionali per espatrio 128.583 italiani (400 persone in più rispetto all’anno precedente). Con 22.803 partenze si verifica il “primato” della Lombardia, la regione da cui partono più italiani, seguita dal Veneto (13.329), dalla Sicilia (12.127), dal Lazio (10.171) e dal Piemonte (9.702).

Il 2014 è stato l’ultimo anno che ha visto le partenze degli italiani essere inferiori alle 100 mila unità. Da allora l’aumento è stato continuo sino a superare le 128 mila partenze negli ultimi due anni con un aumento, quindi, del 36% rispetto al 2014. Lo si legge nel Rapporto Italiani nel Mondo elaborato da Fondazione Migrantes della Conferenza Episcopale Italiana (vedi articolo del Qds del 26 ottobre 2019).

L’attuale mobilità italiana continua a interessare prevalentemente i giovani (18-34 anni, 40,6%) e i giovani adulti (35-49 anni, 24,3%) ma sono sempre più numerosi i pensionati che si guardano attorno alla ricerca di mete europee in cui “mettere a frutto” la propria pensione. Bisogna considerare che nel 2018 il 30% dei pensionati siciliani ha percepito un reddito da pensione inferiore ai 750 euro lordi e le proiezioni Istat sottolineano che continuano ad ampliarsi le differenze territoriali: nel 2017 l’importo medio delle pensioni nel Nord-est è del 20,7% più alto di quello nel Mezzogiorno (18,2% nel 2016, 8,8% nel 1983).

Il problema si accentua nell’entroterra. A fronte di un lento spopolamento complessivo dell’Isola che inizia a manifestarsi con costanza dal 2014 (5.092.080 gli abitanti) e prosegue ad inizio 2019 (con 4.999.891 abitanti), i borghi siciliani in poco meno di 70 anni (dal 1951 al 2019) hanno perso fino al 96% della popolazione originariamente residente nei centri storici (vedi inchiesta del QdS del 4 ottobre scorso).

Un’emorragia dilagante che non lascia scampo nemmeno ai venti comuni isolani inseriti tra “I borghi più belli d’Italia” e da cui si salva a pieni voti soltanto Cefalù (Pa) che è riuscita nei settant’anni in esame ad accrescere la propria popolazione. Una tabella sullo spopolamento realizzata su dati dell’Assessorato territorio e ambiente della Regione siciliana e dell’Istat e messa a punto dall’associazione “Borghi più belli d’Italia”, mette in evidenza che, oltre alla citata Cefalù, solo Castelmola (Me) perde meno di un quarto degli abitanti presenti nel 1951; gli altri si attestano su percentuali che vanno dal 28% di Sambuca di Sicilia (Ag) al 96% del centro storico di Erice (Tp).

I giovani sono i primi ad andar via a causa della crescita esponenziale della disoccupazione e gli anziani rimasti spesso soffrono a causa dei servizi carenti.

Salvatore Bartolotta, coordinatore regionale de “I borghi più belli d’Italia”, commentando i dati demografici nel comune di Novara di Sicilia al QdS ha dichiarato: “Nel 2035 continuando con questo trend a Novara di Sicilia non ci sarà più nessuno. È gravissimo. Vivo giornalmente questa realtà e chi ama la propria terra natia deve lottare per un futuro migliore. Alcune volte ammetto di sentire un grande sconforto. Quest’anno nel mio comune non ci sono state nascite nemmeno da parte della piccola comunità di origine rumena che da anni si è integrata nel nostro territorio”.


Sempre più gli italiani che scelgono altri Paesi in cui la pensione “vale di più”

Quali valutazioni determinano la scelta della località in cui trascorrere la propria “vecchiaia”? Dalle interviste, effettuate nel lavoro del 2016 dal titolo “Pensionati in fuga? Quando non far di tutta l’erba un fascio” della Fondazione Migrantes, emerge come alcuni pensionati italiani stanno prediligendo mete facili da raggiungere con voli low cost, con il clima mite, con importanti vantaggi fiscali e costo della vita più basso. Vediamo le mete più gettonate tratte dal rapporto.

SPAGNA

Per trasferirsi definitivamente in Spagna e godere dei vantaggi che il Paese offre con l’accredito della pensione, è necessario risiedere in Spagna per almeno 183 giorni. Tra le località spagnole più ricercate ci sono le Canarie, dove le pensioni italiane godono di una maggiore defiscalizzazione e un pensionato percepisce circa il 14% in più rispetto a quanto avrebbe in Italia. Inoltre, al di sotto di 52 mila euro totali si è esentati dal pagamento della tassa sul reddito. Bisogna però sottolineare che se si è pensionati ex INPDAP, pur cambiando la residenza, si dovranno continuare a pagare le ritenute per le addizionali regionali in Italia.

ROMANIA

Un numero crescente di pensionati italiani scelgono la Romania. L’imposta sul reddito è fissa al 15%, a questa si aggiunge un 5,5% per l’assistenza sanitaria. Secondo il Patronato italiano a Bucarest, su una pensione di 850 euro mensili si pagherebbero circa 37 euro di sanità locale, e 93 euro al mese per l’IRPEF romeno. Inoltre, con 1 euro si comprano circa 3 kg di pane, un appartamento in affitto costa circa 150 euro, l’assicurazione per una automobile 70 euro.

TUNISIA

La legge finanziaria tunisina entrata in vigore nel 2007 ha garantito un sostanzioso aumento del netto pensionistico, imponendo la tassazione solo sul rimanente 20% delle somme trasferite in Tunisia. Quindi i 389 pensionati trasferitisi dal 1995 al 2014 (fonte Istat) godono di enormi vantaggi fiscali grazie alla defiscalizzazione della pensione e alla riscossione della pensione lorda. Per poter accedere a tali privilegi è necessario dimostrare di essere rimasti nella nazione per 185 giorni, avere un contratto di locazione e aprire un conto in banca con un versamento minimo di 4.000 euro.

PORTOGALLO

Il Governo portoghese il 23 settembre del 2009, all’interno del decreto legge n. 249/2009, ha approvato il Codice Fiscale dell’Investimento, un nuovo e allettante regime fiscale che, dopo 183 giorni all’anno di permanenza sul suolo lusitano, consente di acquisire lo status di “residente non abituale” e percepire la pensione per dieci anni senza tasse e senza alcun prelievo da parte dell’erario locale.


La strategia italiana per attrarre i pensionati nel nostro Paese

La strategia italiana per attrarre i pensionati italiani e stranieri che non risiedono in Italia e che hanno redditi da pensione estera prevede dal 2019 una tassazione del 7% per cinque anni e circoscrive l’area di territorio in cui trasferirsi per almeno 183 giorni l’anno (184 se l’anno è bisestile).

Vediamo le novità dell’articolo 24-ter. della legge di Bilancio 2019 (articolo 1, comma 273 della legge 145/2018) “Opzione per l’imposta sostitutiva sui redditi delle persone fisiche titolari di redditi da pensione di fonte estera che trasferiscono la propria residenza fiscale nel Mezzogiorno”.

Il testo dispone che “Le persone fisiche, titolari dei redditi da pensione di cui all’articolo 49, comma 2, lettera a), erogati da soggetti esteri, che trasferiscono in Italia la propria residenza ai sensi dell’articolo 2, comma 2, in uno dei comuni appartenenti al territorio delle regioni Sicilia, Calabria, Sardegna, Campania, Basilicata, Abruzzo, Molise e Puglia, con popolazione non superiore a 20.000 abitanti, possono optare per l’assoggettamento dei redditi di qualunque categoria, percepiti da fonte estera o prodotti all’estero, individuati secondo i criteri di cui all’articolo 165, comma 2, a un’imposta sostitutiva, calcolata in via forfettaria, con aliquota del 7 per cento per ciascuno dei periodi di imposta di validità dell’opzione”.

L’agenzia delle Entrate recentemente con un provvedimento ha precisato che il pensionato che viene o torna in Italia in un paese del Meridione non perde il beneficio se si trasferisce in un altro Paese della zona “tax free” che abbia meno di 20mila abitanti.

Si considera il dato risultante dalla “Rilevazione comunale annuale del movimento e calcolo della popolazione” pubblicata sul sito dell’Istituto Nazionale di Statistica (Istat) riferito al 1° gennaio dell’anno antecedente al primo anno di validità dell’opzione.

L’opzione è valida per i primi 5 anni successivi a quello in cui essa viene esercitata, a patto che non si verifichino le condizioni che possono determinarne la revoca. Un buon inizio anche se l’approccio italiano appare meno deciso di quello di molti altri competitor europei.

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