Piani per l’utilizzo del Recovery Fund: Ue, monito Lagarde il debito non si azzera - QdS

Piani per l’utilizzo del Recovery Fund: Ue, monito Lagarde il debito non si azzera

Carlo Alberto Tregua

Piani per l’utilizzo del Recovery Fund: Ue, monito Lagarde il debito non si azzera

venerdì 04 Dicembre 2020 - 00:00

Christine Lagarde, presidente della Banca centrale europea, è stata molto energica nel suo intervento contro gli stupidelli – ivi compreso il presidente del Parlamento europeo, David Sassoli – che hanno vociato in ordine all’azzeramento del debito conseguente all’emergenza sanitaria. Lagarde ha semplicemente ricordato che: “La cancellazione del debito è contraria ai trattati Ue”.
Tale debito viene coperto mediante Titoli di Stato emessi da ciascun partner. I Titoli, poi, vengono comprati, in questo momento, dalla Bce, per fornire liquidità ed evitare di doverne immettere quantità nel mercato mondiale della finanza.
Quando uno Stato ha bisogno di finanziamenti, perché si sfora il pareggio di bilancio, deve provvedere mediante cambiali, rappresentate, appunto, da Titoli di Stato. L’ammonimento della Bce riguarda il prossimo futuro, cioé già il secondo semestre del 2021. In che modo? Ricordando che l’acquisto di tali Titoli non è infinito, a tempo indeterminato e di qualunque ammontare.
Perché Lagarde ha ritenuto di richiamare i diciannove partner dell’area euro?

La risposta è nei fatti. Essi non devono illudersi che tale credito sarà a tempo indeterminato né di entità infinita, quindi devono prepararsi a rientrare nel regime ordinario e ci devono pensare sin da ora, perché senza un’adeguata preparazione, potrebbe esplodere una crisi da deficienza di mezzi finanziari.
I Paesi che hanno un debito pubblico elevato, come Italia e Grecia, sono più esposti a questo rischio: più l’Italia che la Grecia, che ha rimesso i propri conti in ordine dopo la batosta di qualche anno fa.
Lo “schiaffo” di Lagarde a Sassoli non è privo di conseguenze, perché quest’ultimo se l’è legata al dito ed ha replicato molto irritato, più con argomenti demagogici che effettivi e sostanziali.
Sassoli ha trovato un avversario nel suo collega di partito, Paolo Gentiloni, che attualmente ricopre l’incarico di membro per l’economia all’interno della Commissione. Gentiloni, un tipo pacato e sobrio, ha emesso una sorta di ultimo avviso all’Italia e al suo governo: “Mettete i conti sotto controllo”. L’ammonimento è forte; il messaggio implicito è che Conte e compagni si fermino dopo i sei Decreti (Cura Italia, Rilancio e i quattro Ristori) che hanno indebitato l’Italia per 173 miliardi.
La domanda è: “Era necessario che l’Italia si indebitasse in questa misura enorme ed eccessiva?”. La risposta è negativa, perché se l’epidemia fosse stata gestita su un piano di equilibrio fra i rischi per la salute dei cittadini e quelli per le tasche dei medesimi, probabilmente non sarebbe stata necessaria la firma di questo enorme numero di cambiali.
Dal che nasce la sfiducia di Bruxelles nei confronti del nostro Paese, gestito da improvvisati ministri (per esempio Roberto Gualtieri, titolare del ministero di Economia e finanza, è uno storico, non un economista), che hanno scarse cognizioni di macro economia.
La sfiducia di Bruxelles verso l’Italia cresce anche per l’indecisione del Governo nel redigere il piano della Next Generation Ue, quello che pedestremente viene chiamato Recovery Fund.
È impressionante la struttura che vuole creare il Presidente del Consiglio: sei manager, uno per settore, cui ha incollato cinquanta consulenti per ciascuno, cioè trecento. “Ed io pago”, esclamava Totò.

I fondi della Ng Ue non sono disponibili a semplice richiesta, bensì servono per finanziare progetti di varia natura, redatti in modo rigoroso, secondo i canoni europei.
Per far ciò, occorre che i redattori di tali progetti siano competenti, professionali e conoscano perfettamente le procedure europee.
Chi dovrebbero essere costoro? Dirigenti e funzionari delle varie Pubbliche amministrazioni che hanno il compito di verificare i progetti presentati dalle stesse e dai privati.
Ma come ci si può fidare della nostra Pubblica amministrazione – retrograda, inefficiente, non digitalizzata – che sconosce i valori di merito, responsabilità e produttività?
Ne abbiamo scritto diverse volte, puntando il dito sulla mancanza di una organizzazione efficace, fatta di regole effettive e non formali e di un metodo ineccepibile che punti dritto ai risultati.
Tutto ciò è sconosciuto alla nostra Pa, salvo eccellenti individualità che non costituiscono la generalità di soggetti incapaci e inefficienti, contenti di percepire sempre e comunque il proprio stipendio.

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