Rifiuti radioattivi, in Sicilia quattro aree candidate a ospitare il super-deposito, sindaci sulle barricate - QdS

Rifiuti radioattivi, in Sicilia quattro aree candidate a ospitare il super-deposito, sindaci sulle barricate

redazione

Rifiuti radioattivi, in Sicilia quattro aree candidate a ospitare il super-deposito, sindaci sulle barricate

mercoledì 06 Gennaio 2021 - 00:00

Via libera alla Carta dei siti potenzialmente idonei. Coro trasversale di polemiche, ma il cantiere porterebbe un investimento da quasi 1 miliardo di euro e genererebbe 4 mila posti di lavoro all’anno per quattro anni

Quattro aree dell’Isola tra i “candidati” ad ospitare il deposito nazionale delle scorie nucleari. Ricadono nei comuni di Trapani, Calatafimi-Segesta, Castellana Sicula, Petralia Sottana e Butera, inseriti all’interno dalla Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee (Cnapi) a conservare i rifiuti radioattivi, elaborata dalla Sogin, la società statale responsabile dello smantellamento degli impianti nucleari italiani e della gestione e messa in sicurezza dei pericolosi scarti.

Il documento ha avuto il via libera dai ministeri dello Sviluppo economico e dell’Ambiente. In tutta Italia sono stati selezionati 67 luoghi “adatti” per costruire il super-deposito e si trovano in sette regioni: oltre alla Sicilia, figurano Piemonte, Toscana, Lazio, Puglia, Basilicata e Sardegna.
Oggi i rifiuti radioattivi vengono stoccati all’interno di decine di depositi temporanei, sparsi nel Paese. Perlopiù si tratta di scorie prodotte dall’industria e dalla medicina nucleare utilizzata nelle strutture sanitarie.

Con il via libera alla Carta, “parte la fase di consultazione dei documenti per la durata di due mesi, all’esito della quale si terrà, nell’arco dei quattro mesi successivi il seminario nazionale”. Sarà questo “l’avvio del dibattito pubblico vero e proprio – spiega il ministero dell’Ambiente – che vedrà la partecipazione di enti locali, associazioni di categoria, sindacati, università ed enti di ricerca, durante il quale saranno approfonditi tutti gli aspetti, inclusi i possibili benefici economici e di sviluppo territoriale connessi alla realizzazione delle opere”.

Il deposito nazionale e il Parco tecnologico saranno costruiti in un’area di circa 150 ettari, di cui 110 dedicati al deposito e 40 al Parco, spiega ancora il ministero dell’Ambiente. Il deposito avrà “una struttura a matrioska”; all’interno ci saranno “90 costruzioni in calcestruzzo armato, dette celle”, in cui “verranno collocati grandi contenitori in calcestruzzo speciale, i moduli, che racchiuderanno a loro volta i contenitori metallici con all’interno i rifiuti radioattivi già condizionati”. In totale saranno “circa 78mila metri cubi di rifiuti a bassa e media attività” a essere ospitati.

L’investimento complessivo è di circa 900 milioni di euro e si stima che genererà oltre 4.000 posti di lavoro l’anno per quattro anni di cantiere, diretti (2.000 fra interni ed esterni), indiretti (1.200) e indotti (1.000). Non solo. In base al decreto legislativo n.31 del 2010, al territorio che ospiterà il deposito verrà riconosciuto “un contributo di natura economica”, non solo come indennizzo per il suolo che sarà occupato per un lungo periodo, ma anche per riconoscere una forma di “valore aggiunto alle comunità” .

“Si tratta di una forte assunzione di responsabilità da parte del Governo – dichiara il sottosegretario all’Ambiente Roberto Morassut, d’intesa col Ministro dello Sviluppo Economico Patuanelli e su delega del Ministro dell’Ambiente Costa – che non si sottrae dal risolvere una questione da anni al centro di dibattito e non più rimandabile. È un provvedimento da tempo atteso e sollecitato anche dalle associazioni ambientaliste, che consentirà di dare avvio ad un processo partecipativo pubblico e trasparente al termine del quale sarà definita la localizzazione dell’opera. Un impegno che questo Governo assume anche in ottemperanza agli indirizzi comunitari e nel rispetto della piena partecipazione delle comunità alle decisioni”.

“La realizzazione del Deposito nazionale – continua Morassut – permetterà al nostro Paese di tenere il passo con gli altri partner europei, che già da tempo hanno realizzato sul proprio territorio strutture analoghe, o che le stanno già progettando e realizzando”.

Il piano del Governo, però, ha fatto subito storcere il naso agli ambientalisti e ha provocato una levata di scudi nei comuni “selezionati”. Secondo Greenpeace, contraria all’ipotesi di un sito unico, “sarebbe stato più logico verificare più scenari e varianti di realizzazione del Programma, utilizzando i siti esistenti o parte di essi, e applicare a queste opzioni una procedura di Valutazione ambientale strategica (Vas), in modo da evidenziare i pro e i contro delle diverse soluzioni”.

D’accordo con l’idea del deposito nazionale è, invece, Legambiente, secondo cui però “è necessario che si attivi un vero percorso partecipato, mancato finora, per individuare l’area in cui realizzarlo”, sostiene il presidente nazionale Stefano Ciafani. Ma con un limite: “Dovrà ospitare esclusivamente – spiega Ciafani – le nostre scorie di bassa e media intensità, che continuiamo a produrre, mentre i rifiuti ad alta attività, lascito delle nostre centrali ormai spente grazie al referendum che vincemmo nel 1987, devono essere collocate in un deposito europeo, deciso a livello dell’Unione, su cui è urgente trovare un accordo”.

Il rischio è che si ripeta – ricorda Andrea Minutolo, responsabile scientifico di Legambiente – quello che successe nel 2003, “quando l’allora commissario della Sogin e il governo Berlusconi scelsero, con un colpo di mano e senza fare indagini puntuali, il sito di Scanzano Jonico in Basilicata che, dopo le sollevazioni popolari a cui partecipammo anche noi, fu ritirato”.

I sindaci siciliani, d’altronde, sono già sul piede di guerra, anche se è bene ribadirlo, a scanso di equivoci, i comuni non sono ancora stati scelti: si tratta solo di semplici “papabili”.

“Apprendiamo – tuona il sindaco di Trapani, Giacomo Tranchida – che le nostre campagne saranno destinate a deposito di rifiuti radioattivi italiani. Sconosciamo l’argomento e la cosa ci preoccupa non poco perché in periodo di pandemia il governo richiama alla responsabilità sanitaria dei sindaci, tranne quando si ha l’esigenza, nemmeno informando la locale autorità sanitaria, di trovare silente una discarica? Non ci stiamo”.

Dello stesso tenore le dichiarazioni del sindaco di Petralia Sottana, nel palermitano: “Sono rimasto di stucco e anche un po’ contrariato apprendendo la notizia – afferma Leonardo Neglia – Ci lascia sgomenti: noi siamo anche sede dell’Ente parco delle Madonie, da un lato si vuole la protezione della zona, dall’altro si vogliono seppellire scorie nucleari”. Neglia lamenta di non essere mai stato informato: “Se qualcuno è venuto a fare ispezioni non ce l’hanno detto. Neanche una mail”.

“Difetto di comunicazione” che ribadisce anche il primo cittadino di Butera, nel nisseno, Filippo Balbo, che annuncia sulla questione “un referendum popolare, coinvolgendo i cittadini e capendo qual è la volontà di tutti”.

Sulle barricate anche il primo cittadino di Castellana Sicula, Franco Calderaro, che si dice pronto a intraprendere “qualsiasi iniziativa” e a chiedere “il supporto della Regione, dell’Ars, dei senatori e deputati eletti nel territorio e del Parco delle Madonie, a tutta la popolazione madonita”. E Francesco Fragale, commissario di Calatafimi-Segesta, nel trapanese, promette di “porre in essere ogni azione volta alla tutela della salute della popolazione, dei beni archeologici e monumentali e dell’economia locale basata sull’agricoltura e sull’allevamento del bestiame”.

Proprio da Calatafimi è partita la prima raccolta firme contro il super-deposito. La petizione, lanciata dall’Associazione “Amunì Calatafimi” in poche ore ha raccolto più di 3 mila sottoscrizioni. Nel nisseno, invece, il sindaco di Caltanissetta, Roberto Gambino, ha convocato una seduta urgente della Conferenza dei 22 sindaci del Comprensorio sanitario: “Vogliono fare diventare il centro Sicilia la pattumiera d’Italia. Noi non ci stiamo, non siamo una discarica”.

Anche tra i partiti politici prevalgono i no, con i Cinquestelle siciliani costretti di fatto a sconfessare l’azione del loro più volte “lodato” ministro Sergio Costa, anche se il bersaglio “ufficiale”, nel gioco delle parti, è Nello Musumeci: “Il M5S all’Ars – si legge in una nota dei deputati siciliani – ribadisce il secco rifiuto di fare dell’isola un deposito di stoccaggio di rifiuti nucleari. Per questo due anni fa aveva presentato una mozione, approvata all’unanimità dall’Aula, che impegnava il governo regionale ‘a dichiarare denuclearizzato l’intero territorio della Regione, ad imporvi l’assoluto divieto allo stoccaggio e al transito di scorie nucleari e a dichiarare la totale contrarietà all’individuazione della Sicilia come sede di deposito nazionale per i rifiuti radioattivi’”.

Vorremmo capire cosa ha fatto Musumeci in questi due anni per non tramutare in carta straccia la volontà del Parlamento siciliano. La nostra posizione – affermano i deputati 5 stelle della commissione Ambiente, Giampiero Trizzino, Stefania Campo e Stefano Zito – non è cambiata. La Sicilia, già martoriata sotto il profilo ambientale, non deve diventare centro di stoccaggio dei rifiuti nucleari”.

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