Clima, la Sicilia sarà un deserto in due-tre decenni - QdS

Clima, la Sicilia sarà un deserto in due-tre decenni

Paola Giordano

Clima, la Sicilia sarà un deserto in due-tre decenni

martedì 26 Gennaio 2021 - 00:00

Nell'Isola oltre 250 eventi estremi negli ultimi cinque anni, il 70% di quelli registrati nel decennio 2010-20. E più della metà della regione è a un passo dall’inaridimento

Per ogni bimbo nato era previsto dalla Legge Rutelli la piantumazione di un nuovo albero e, invece, i pargoletti appena venuti al mondo si dovranno accontentare soltanto di un’enorme colata di cemento, tutta per loro: secondo Ispra per un nuovo nascituro ci sono già 135 metri quadrati di calcestruzzo ad attenderlo.

Questo è solo uno dei dati negativi che stiamo lasciando in eredità ai nostri figli: il rapporto CoReMA Spiagge ha registrato negli ultimi cinquant’anni, per l’Isola, un’erosione costiera di 438 km, pari al 25% del dato totale nazionale. È il dato peggiore tra le regioni italiane. Negli ultimi dieci anni la banca dati europea “European Severe Weather Database” ha censito in Italia circa 9 mila eventi registrati come fenomeni meteorologici locali e violenti, 395 dei quali si sono verificati in Sicilia.

Ma oltre 250 sono avvenuti soltanto negli ultimi cinque anni, tra 2016 e 2020, cioè il 70% di quelli registrati nell’ultimo decennio. Inoltre, il 70% del territorio siciliano, secondo il Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr), è a rischio desertificazione, dato confermato anche da un’altra ricerca dell’Osservatorio Anbi.

Sul banco degli imputati, al primo posto, vi è la cosiddetta perdita di servizi “ecosistemici”, tra cui rientrano “produzione agricola e di legname, stoccaggio di carbonio, controllo dell’erosione, impollinazione, regolazione del microclima, rimozione di particolato e ozono, disponibilità e purificazione dell’acqua, nonché regolazione del ciclo idrologico”.

Questi sono solamente alcuni dei dati critici delle conseguenze dei cambiamenti climatici. “Le evidenze numeriche riportate – conferma il geologo e climatologo Massimiliano Fazzini, docente dell’Università di Camerino e coordinatore del Rischio climatico della Società Italiana di Geologia Ambientale – sono estremamente preoccupanti. Se il trend climatico non si inverte l’inaridimento, nel giro di due-tre decenni, porterà a una improduttività dei terreni”.

Le aree più a rischio sono “la piana di Catania, un po’ tutto il litorale meridionale, la zona delle valli interne di Enna, mentre la costa settentrionale e quella orientale sono un po’ più irrorate dalle precipitazioni e quindi hanno meno problemi”.

La Sicilia “si trova nel centro del Mediterraneo ed essendo il Mediterraneo un hotspot climatico, così lo abbiamo definito a livello internazionale, perché caratterizzato da un aumento delle temperature negli ultimi 40 anni significativamente più elevato rispetto a quello che si ha in scala globale – 1,3 gradi contro un grado del continente euroasiatico – è chiaro che l’estremizzazione climatica è più spinta. Se poi si prende in considerazione che la Sicilia ha una complessità orografica particolarmente spinta, con vette che si elevano oltre i 3.000 metri come quella dell’Etna, anche se isolata, con catene montuose ben strutturate, come quella dei Nebrodi, dei Peloritani, con aree interne alto-collinari ma che spesso sono sotto vento rispetto ai flussi piovosi, è chiaro che essa risenta in maniera ulteriormente amplificata dei cambiamenti climatici”.

Fazzini ravvisa nella mancanza d’acqua il problema più grave dell’Isola: “Ad un aumento delle temperature evidente, specialmente durante il semestre estivo – e in Sicilia si può parlare di semestre estivo, da maggio a ottobre – corrisponde una maggiore irregolarità delle precipitazioni: le precipitazioni non stanno diminuendo, ma sono distribuite in un numero di giorni molto basso per cui, ogni volta che piove, piove forte e questo si evidenzia anche a livello di dissesto idrogeologico: gli eventi estremi, come le alluvioni lampo, derivano non solo dalla morfologia, ma anche dal fatto avvengono sempre più frequentemente ed estremamente intense anche se non molto estese nel tempo. Quindi queste precipitazioni così intense, così poco estese nel tempo, non hanno il tempo di infiltrarsi nel sottosuolo, di rinvigorire le falde né possono essere sfruttate per le pratiche agricole e industriali, ma ruscellano velocemente verso il mare, per cui di acqua che cade ne abbiamo relativamente poca a disposizione e, se questo trend continuerà, purtroppo, ne avremo sempre meno”.

C’è poi l’annosa questione – che coinvolge in particolar modo il Sud – della dispersione idrica: “Gli acquedotti hanno perdite pazzesche, l’acqua che abbiamo a disposizione viene per un 40% persa durante il trasporto attraverso gli acquedotti”. I problemi sono tanti e sotto gli occhi di tutti.

chiara campione

chiara campione

Intervista a Chiara Campione di Greenpeace

“Nel Recovery plan constatiamo una deludente vaghezza”

Sull’altra pandemia che affligge l’intera umanità e che non risparmia la Sicilia, il cambiamento climatico, abbiamo intervistato Chiara Campione, responsabile Unità Corporate and Consumers di Greenpeace Italia e responsabile internazionale di #HackYourCity.

Ritenete che nel Recovery plan il Governo Conte abbia fatto abbastanza in tema di ambiente?
“Il nostro mondo non era né perfetto né sostenibile prima che arrivasse il Covid a sconvolgerlo. Gli sconvolgimenti ecologici si palesano già da anni, abbiamo imparato a conoscerli anche negli eventi climatici estremi che vediamo continuamente e che più tragicamente hanno creato le condizioni per fenomeni come le zoonosi, cioè il passaggio dei virus tra diverse specie. La pandemia ha messo i governi di fronte ad un bivio: ripristinare il vecchio sistema economico fondato su attività inquinanti distruttive che, come il Covid ha dimostrato, hanno fatto ammalare noi e il pianeta o porre le basi per dare al pianeta un futuro sostenibile. Da qui nasce lo scorso maggio il nostro progetto Restart, che chiede al governo di mettere le persone e il pianeta prima del profitto. Su tale principio cardine chiediamo all’esecutivo di sviluppare il Piano nazionale di ripresa e resilienza, attraverso cui beneficiare di risorse europee straordinarie per ripartire. Abbiamo seguito tutta la fase di elaborazione del Recovery plan fino all’ultima bozza della seconda settimana di gennaio ed entrando nel merito del testo constatiamo una deludente vaghezza”.

Cosa manca?
“Una vera transizione verde, che non può sforare i limiti planetari. Questo significa che alcuni settori dell’economia devono crescere, altri si devono comprimere o spostare il proprio core business ed altri devono scomparire, come le industrie fossili o della plastica. Non ci sembra, da quello che leggiamo, che questo sia chiaro. Ci sono aspetti che sono molto migliorati tra la penultima e l’ultima bozza: sono scomparsi i progetti di cattura e stoccaggio della CO2 così come quelli relativi a presunte bioraffinerie, inclusa quella di Gela. Apprezziamo la correzione di rotta e auspichiamo che simili progetti non riemergano in una fase più avanzata. Il testo licenziato dal Consiglio dei ministri ha una direzione condivisibile su alcuni temi ma ha ancora troppe incongruenze”.

Per esempio?
“Rispetto alla mobilità ci sono tanti investimenti per l’efficientamento della mobilità nazionale – l’alta velocità o il completamento e la realizzazione di grandi opere infrastrutturali – ma c’è pochissimo sulla mobilità cittadina (elettrificazione dei trasporti, mobilità condivisa, ciclabilità). Ci sembra che si continui a guardare alle grandi opere ma questo è un errore se non c’è un giusto bilanciamento con la mobilità sostenibile nelle città. Anche in termini di equità riteniamo che in un Paese come il nostro, Sicilia compresa, fatto per lo più di piccole e medie imprese, il rischio è che questi finanziamenti andranno tutti a grandi aziende e per la piccola e media impresa resterà poco. È chiaro che senza il dettaglio sui progetti e sugli obiettivi misurabili è difficile dare un giudizio ma sulla base dell’ultima bozza temiamo che ci sia ancora tanto lavoro da fare per auspicare un’approvazione in sede europea”.

E aprile è alle porte.
“I tempi stringono e da due settimane si è entrati in una fase di stallo a causa della crisi di governo. Sarebbe irresponsabile perdere questo treno”.

La mancanza degli alberi, ha detto il Cnr, è tra le principali cause dell’aumento delle temperature. La legge Rutelli del 1992, implementata con la legge n.10/2013, prevede la piantumazione da parte del Comune di un arbusto per ogni bimbo nato. Pochi, specie in Sicilia, sono gli Enti che ottemperano tale norma. Non sarebbe opportuno “multare” le Amministrazioni?
“Credo che bisogna guardare a una visione più sistemica, puntando su una rigenerazione concepita non partendo dall’albero ma ripensando lo spazio pubblico, ricreandolo in maniera resiliente con azioni per proteggere e gestire in modo sostenibile. La questione non è quanto alberi in più bisogna piantare o che multa va fatta al Comune perché non ha piantato gli alberi previsti ma si deve lavorare sul sistema del verde urbano”.

massimiliano fazzini

massimiliano fazzini

Parla il climatologo Massimiliano Fazzini, professore all’Università di Camerino

“Scarsa disponibilità idrica? Supplire con i dissalatori”

Sugli scenari presenti e futuri che riguardano l’Isola travolta dalla “tempesta” dei cambiamenti climatici, si sofferma il geologo e climatologo Massimiliano Fazzini, docente dell’Università di Camerino e coordinatore del Rischio climatico della Società Italiana di Geologia Ambientale

Professor Fazzini, è troppo tardi per intervenire?
“Non è mai troppo tardi. Però più perdiamo tempo peggio sarà e bisogna salvare il salvabile. Al fatto della scarsa disponibilità idrica si può, perlomeno nelle aree costiere, supplire con i dissalatori perché altrimenti le acque, specialmente per le aree costiere, non saranno più sufficienti per garantire sia l’attività agricola che quella industriale. In Puglia lo stanno già facendo, quindi non vedo perché non si possa fare in Sicilia. Quando abbiamo nelle falde idriche superficiali poca acqua, poca ricarica, poco cambiamento di materiale delle acque, le acque perdono di qualità, diventano più inquinate, meno ossigenate, quindi meno adatte per le pratiche agricole. Per quanto riguarda la perdita delle aree costiere purtroppo è un dato di fatto, ma dobbiamo considerare che sul discorso dell’innalzamento del livello medio del mare, che provoca la riduzione delle aree costiere emerse, stiamo vedendo che in realtà esso non è poi così spinto come alcuni modelli di previsione avevano potuto quantificare già alla fine del secolo scorso, perché ci sono precise leggi termodinamiche che evidenziano il principio di azione-reazione: l’innalzamento del livello medio mare nel Mediterraneo è inferiore rispetto ai grandi oceani, il livello medio del mare cresce di poco fortunatamente, di 1/1.5 mm l’anno. Quindi questo problema, perlomeno da un punto di vista quantitativo, secondo me è meno grave. Il problema sta nel produrre acqua, fermo restando la necessità di mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici”.

In che modo?
“Sulla carta lo si sta facendo già da alcuni anni. L’Italia ha degli ottimi risultati: le emissioni di gas serra stanno notevolmente diminuendo e siamo tra i Paesi più virtuosi al mondo. Il problema è che l’Italia non è un sistema chiuso, per cui a causa della circolazione generale dell’atmosfera l’enorme produzione di gas serra che fanno i paesi più industriali, come Cina, India e Brasile, oltre agli Stati Uniti, circolano e ci vanno a penalizzare. Quindi è uno sforzo che deve essere fatto a livello globale. Vedremo adesso con il Cop26 di Glasgow in autunno se si riuscirà a fare qualche passo avanti perché gli ultimi Cop, da quello di Madrid a quello di Marrakech, hanno dato risultati estremamente deludenti. Possiamo fare gli sforzi che vogliamo, ma obiettivamente non siamo un sistema termodinamico chiuso. Bisogna adattarsi: l’adattamento consiste nel cercare di ridurre da un punto di vista pratico il rischio associato a eventi estremi climatici e meteoclimatici attraverso le azioni e – cosa fondamentale – la redazione di piani di adattamento ai cambiamenti climatici alla scala locale, cosa che purtroppo in Sicilia non si è iniziato a fare. Nella Mitteleuropa è stata già terminata sia a livello nazionale che provinciale e comunale. In Italia, abbiamo circa 100 piani di adattamento su 8.000 comuni, inesistente come numero, e manca anche il piano di adattamento nazionale. Se non c’è una spinta anche politica verso la redazione di questi piani si può fare ben poco. Quindi, questi piani studiano il clima della zona molto dettagliatamente e vedono quali sono i settori più in crisi e, attraverso una cooperazione tra tutti gli stakeholder interessati, tirano fuori le azioni che devono essere rigidamente applicate sotto l’egida della Commissione Europea. Se ipoteticamente si iniziassero a fare questi piani di adattamento, i primi risultati si vedrebbero tra 5, 6, 7 anni, però una pratica che mi sento di consigliare è quella di bandire questi piani di adattamento, facendo anche richiesta di fondi alla Commissione europea per farli: non ce ne vogliono molti, anche perché se vengono tirate fuori azioni valide la Commissione europea finanzia anche queste. Quindi bisogna assolutamente spingere sull’acceleratore”.

Esistono altri strumenti?
“I Piani energetici dipendenti dal cambiamento climatico sono un’altra via per arrivare a partorire relazioni finalizzate alla mitigazione del rischio. Dall’altra parte adattamento significa anche cercare paradossalmente di migliorare la resilienza del territorio anche da un punto di vista economico perché non è che se il clima peggiora andiamo a peggiorare tutto. Ad esempio: chi sta traendo enormi migliorie socio-economico dal cambiamento climatico è il Centro e Nord Europa, dove il clima sta diventando più mite. Dieci anni fa era impensabile nel Nord della Germania o della Francia pensare a dei vitigni; adesso ci sono vitigni di buona qualità. In Sicilia si potrebbe pensare di cominciare a praticare coltivazioni tipiche del Maghreb, del nord Africa, ad esempio, oppure dell’Africa sub-sahariana. Il clima medio ce lo permette, gli agronomi bravi ci sono, quindi bisogna trarre beneficio da questa situazione meteo-climatica che sta cambiando. Quindi, non sono tutte spine, ma ci sono anche delle rose e dei fiori. Ad esempio, dal punto di vista turistico stiamo arrivando al punto che le coste, specialmente quelle meridionali, possono fare turismo estivo praticamente da marzo a novembre mentre prima era da maggio a fine settembre. Quindi, queste sono delle potenziali opportunità che il cambiamento climatico ci offre. Poi ci vuole la volontà di fare le cose”.

A chi spetta il compito di intervenire?
“Credo che la Regione debba muoversi in tal senso cercando di organizzare questo sistema, tenendo conto delle notevoli potenzialità che abbiamo a livello di dati meteo-climatici e che in prospettiva ci sarà il Recovery fund, e cercando di orientare buona parte delle risorse economiche sul tema ambientale, inteso come adattamento e mitigazione ai cambiamenti climatici e crescita di opportunità di tipo green, perché adesso non si scherza più con il discorso abusivismo o non controllo delle emissioni di gas serra, perché se l’Europa becca qualcuno che non rispetta le direttive poi sono multe salate e sono soprattutto impossibilità di chiedere soldi alla comunità europea stessa. Quindi bisogna stare molto attenti. La Sicilia è stata sempre una regione che potenzialmente potrebbe essere il Gotha del mondo e adesso è ora di cambiare marcia, quindi sicuramente è la Regione che deve cominciare a pianificare una serie di azioni, tenendo conto che arriveranno parecchi soldi dal recovery plan”.

A proposito di abusivismo, in Sicilia si concentra il 17% delle abitazioni vuote o inutilizzate d’Italia. Non reputa opportuna una legge che vietasse il nuovo consumo di suolo proprio per cercare di arginare questa continua, quasi ossessiva, smania di costruire?
“L’Italia purtroppo è il paese tra quelli che continuano a consumare più suolo: ogni giorno consumiamo più di 100 ettari di suolo. È una cosa vergognosa, se non altro perché, tenendo conto di quel dato, non vedo perché si debba costruire ancora. È vero che da un certo punto di vista ci sono molte regioni in Italia, tra cui la Sicilia, in cui il patrimonio edilizio è un po’ vecchio, un po’ obsoleto, quindi occorrerebbero molti soldi per adeguarlo sul piano anti-sismico, tenendo conto che l’Isola in molte delle sue aree è estremamente sismica, e su quello dell’energia dissipata. È chiaro che fare una nuova costruzione in cui abbiamo un livello energetico di categoria A sfruttando l’energia solare che in Sicilia non manca, quindi pannelli solari a iosa, e l’energia eolica di basso impatto ambientale, potrebbe essere un discorso valido, ma deve essere mirato, non che cominciamo a costruire qua e là, continuando a ‘mangiare’, nel vero senso della parola, suolo con tutte le problematiche che poi ne derivano da un punto di vista di dissesto idrogeologico e come ulteriore segnale del cambiamento climatico. Cementificazione e urbanizzazione significano aumento della temperatura amplificato perché non ci sono più spazi verdi piuttosto che aree rurali dove ci può essere un certo limite all’aumento delle temperature. Quindi, il discorso è trasversale. Fatto sta che, però, in una regione con ha una percentuale così elevata di case vuote o inutilizzate bisogna assolutamente sfruttarle e cercare di adeguarle da un punto di vista energetico nel migliore modo possibile. Insomma, costruire solo dove effettivamente c’è bisogno di strutture edilizie nuove. Ma occorre fare presto. Adesso c’è la possibilità di questi aiuti economici europei: sfruttiamoli, perché l’ambiente è il primo problema in assoluto”.

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