Non c’è soltanto il sole: dal moto ondoso ai rifiuti quelle risorse pulite e infinite che la Sicilia ignora - QdS

Non c’è soltanto il sole: dal moto ondoso ai rifiuti quelle risorse pulite e infinite che la Sicilia ignora

Rosario Battiato

Non c’è soltanto il sole: dal moto ondoso ai rifiuti quelle risorse pulite e infinite che la Sicilia ignora

venerdì 20 Settembre 2019 - 00:00
Non c’è soltanto il sole: dal moto ondoso ai rifiuti quelle risorse pulite e infinite che la Sicilia ignora

La spazzatura altrove un bene collettivo, qui un business per pochi e le potenzialità restano solo sulla carta. Energia “blu”, in Sicilia il sito più promettente. L’energia della Terra che l’Isola non sfrutta. Geotermia, sprecato il calore del Vulcano. Incentivi per aumentare produzione rinnovabili. Impianti, nel Decreto Fer 1 una grande opportunità

PALERMO – Ormai da qualche mese è operativa l’unità di produzione “Inertial sea wave energy converter” (Iswec) dell’Eni nell’offshore di Ravenna che la società del cane a sei zampe ha definito come un “innovativo sistema di produzione di energia in grado di trasformare l’energia prodotta dalle onde in energia elettrica, adattandosi anche alle differenti condizioni del mare così da garantire un’elevata continuità nella produzione energetica”.

In Toscana l’energia che sfrutta il calore della terra, la cosiddetta fonte geotermoelettrica, riscalda la città e aiuta l’economia ed è ormai una fonte alternativa consolidata.

In Lombardia le bioenergie – le fonti che sfruttano gli scarti agricoli, forestali e dei rifiuti per produrre energia – producono poco meno di quanto facciano in Sicilia il solare e l’eolico messi assieme. E, ancora, qualche anno fa in Danimarca è stata realizzata la prima casa fatta interamente proprio con i residuati delle attività agricole: un edificio modulare ed ecocompatibile che può essere smontato e spostato.

Altrove il futuro è già arrivato e, in piena attuazione dei principi di economia circolare, le fonti presenti in natura (o i materiali lavorati dell’uomo e giunti al termine della loro “vita”) diventano risorse utilizzabili all’infinito. Nell’Isola, invece, il futuro è solo immaginabile, visto che gli scarti agricoli e forestali, nonché la frazione biodegradabile dei rifiuti, sono soltanto “munnizza”.

Ci sono studi che evidenziano il valore potenziale della filiera geotermoelettrica in almeno tre punti dell’Isola, e altri che ricordano come il peso del moto ondoso nello Stretto potrebbe soddisfare le esigenze di una città come Messina, mentre sulle bioenergie è chiaro che il potenziale di scarti dell’agricoltura è assolutamente inadeguato in rapporto al loro utilizzo. Eppure le bioenergie sono un pezzo fondamentale della “Repubblica dell’economia circolare”, perché consentirebbero di sfruttare l’energia prodotta da biomassa (ogni materiale che ha origine da organismi viventi), bioliquidi (combustibili liquidi ottenuti dalla biomassa) e biogas (gas originato da fermentazione anaerobica di materiale organico), contribuendo al raggiungimento degli obiettivi richiesti dall’Ue e allo sviluppo economico.

In questo quadro, appare insufficiente l’ultima proposta della Regione, che ha lanciato un avviso pubblico esplorativo per acquisire manifestazioni di interesse per costruire impianti mobili per il trattamento della frazione umida compostabile, determinando il riutilizzo dei rifiuti come combustibile o come altro mezzo per produrre energia.

Manca una strategia chiara che permetta all’Isola di recuperare il gap con il resto d’Italia. Gli ultimi dati del Gse sono impietosi: nel Paese la produzione complessiva da bioenergie è stata di 19.508,6 GWh, un dato che vale circa il 18% della produzione totale da fonte rinnovabile. Quella isolana si è fermata a 239,9 GWh, tra l’altro in contrazione tra il 2015 e il 2016 di circa 24,9 GWh, e risulta essere venti volte inferiore a quella della Lombardia (4.375 GWh). Andando in dettaglio, nel comparto dei rifiuti urbani biodegradabili, la sola Lombardia si prende più di un terzo del totale della produzione nazionale (37,3%) e si conferma leader anche nel settore delle biomasse (1.339 GWh, un quinto del totale nazionale).

Assai più modesta la partecipazione isolana, che vale 145 GWh per le biomasse, cioè dieci volte in meno di quella lombarda e di quella calabrese, e che risulta ancora più ridotta per quanto riguarda il biogas che vede appena 91,1 GWh contro 2.794,3 GWh della Lombardia, 1.199 GWh del Veneto o poco più di un migliaio del Piemonte.

Un clamoroso spreco di risorse e non soltanto in termini di riutilizzo degli scarti che altrimenti finiscono sprecati. Un grande piano di promozione del settore porterebbe investimenti compresi tra 1,2 e 1,5 miliardi e impegnare circa 3mila occupati, spingendo verso una produzione di 560 milioni di metri cubi di biometano all’anno, l’8% del potenziale nazionale. Numeri che arrivano dall’incrocio tra le stime di uno studio Althesys sul potenziale del Mezzogiorno e da un piano per la Sicilia condotto dal professore Biagio Pecorino del dipartimento di Agricoltura, alimentazione e ambiente dell’Università di Catania.

Investire su queste energie alternative darebbe, insomma, è proprio il caso di dirlo, una scossa elettrica all’economia e all’occupazione: basti pensare che esse mantengono la più elevata media di occupati per MW in esercizio, stabilendo un rapporto di circa 7 a 1 rispetto, ad esempio, al fotovoltaico.


Ma le potenzialità restano solo sulla carta
Energia “blu”, in Sicilia il sito più promettente

Entro il 2050, il 10% del fabbisogno energetico europeo, secondo stime comunitarie, sarà coperto dall’energia sprigionata da onde e maree. La Commissione Ue ha finanziato un progetto definito “OceanSet” con 1 miliardo di euro e tra gli otto partner che dovranno lavorarci c’è anche Enea. Proprio l’Agenzia governativa italiana ha di recente lanciato due progetti per misurare e stimare l’energia del mare, sottolineando come proprio la Sicilia goda di una posizione privilegiata, infatti i tecnici sostengono che “può essere ‘estratta’ principalmente nello Stretto di Messina” che, insieme allo Stretto di Gibilterra, condivide il primato di sito più promettente del Mediterraneo. L’Enea dice che “grazie allo sfruttamento delle sue correnti che raggiungono velocità superiore a 2 metri al secondo, la produzione di energia potrebbe arrivare a 125 GW/h l’anno, una quantità sufficiente a soddisfare il fabbisogno energetico di città come la stessa Messina”. L’Italia, in ogni caso, fa ben sperare: per Gianmaria Sannino, responsabile del laboratorio Enea di Modellistica Climatica e Impatti, “diversi dispositivi sono oggi in fase di sperimentazione avanzata; la maggior parte di questi prototipi sono stati progettati per sfruttare appieno il ‘giacimento’ energetico del Mediterraneo”.


L’energia della Terra che l’Isola non sfrutta
Geotermia, sprecato il calore del Vulcano

L’energia geotermica, conosciuta come l’energia della Terra, sfrutta il calore endogeno del pianeta. “Viene utilizzata – si legge nel rapporto Energia redatto dall’Osservatorio regionale della Regione – principalmente per il riscaldamento civile (in Islanda l’acqua calda per il riscaldamento urbano proviene quasi totalmente da fonti geotermiche) e per le colture agricole in ambienti artificiali come le serre”. Il Geothermal Market Report 2018, pubblicato dal Consiglio europeo per l’energia geotermica, ha piazzato l’Italia al secondo posto tra gli stati Ue, dopo la Turchia e prima dell’Islanda, per la potenza installata. Peccato che, stando ai dati Gse aggiornati al 2017, ci sono impianti geotermoelettrici nella sola regione Toscana. Zero per la Sicilia, salvo qualche esempio di portata minima, anche se esistono almeno tre siti di riferimento potenziale come l’area vulcanica dell’Etna, l’arco vulcanico delle Eolie e l’Isola di Pantelleria. Per l’Osservatorio regionale dell’Energia, queste aree meriterebbero “maggiori studi puntuali sulle modalità di un possibile utilizzo energetico”. A oggi il potenziale geotermico della Sicilia “trova solo un parziale utilizzo nell’ambito delle manifestazioni di superficie” e quindi la forma di energia geotermica che fino ad oggi si è prestata a “essere esclusivamente utilizzata è quella connessa alle attività turistico-terapeutiche di alcune sorgenti termali”.


In Lombardia produzione 26 volte superiore
Bioenergie, l’Isola ai margini nazionali

L’ultima direttiva comunitaria in materia ambientale risale al 2009 e prevedeva, entro il 2020, un target del 20% di quota rinnovabile sul totale dei consumi energetici, e metà di questo lotto, circa il 10%, avrebbe dovuto avere una copertura delle bioenergie, cioè quell’insieme di scarti – come i rifiuti biologici delle nostre abitazioni, gli scarti agricoli e forestali, le deiezioni animali – che possono essere lavorati, ad esempio con la digestione anaerobica che tramite il processo di degradazione biologica della biomassa produce il biogas, oppure diventare combustibile per gli impianti di produzione energetica. Sempre secondo il Gse, in Sicilia, con dati al 2017, sono presenti 43 impianti da bioenergie per una potenza installata di 75,1 MW con una produzione di 160 GWh. Numeri che collocano l’Isola ai margini della classifica nazionale, battuta in lungo e in largo dalla Lombardia che ha una produzione di 4.300 GWh, circa 26 volte in più, ma anche dalla Puglia che ne mette assieme circa 1800. Eppure la Sicilia, anche in questo caso, avrebbe da sfruttare gli impianti di valorizzazione energetica per chiudere il ciclo dei rifiuti – nel 2017 ancora il 70% era smaltito in discarica secondo dati Ispra – e gli scarti agricoli e forestali che potrebbero essere determinanti nel delineare i futuri equilibri energetici del Paese.


Le stime nel Piano energetico della Regione
Possibili investimenti per oltre 15 miliardi

A dominare il quadro energetico rinnovabile isolano, che in termini di potenza installata vale il 6,4% del totale nazionale, ci sono sempre l’eolica e il solare, rispettivamente con 863 e circa 50 mila impianti. Nel primo caso l’Isola è seconda nazionale per potenza installata (1.810,9 MW) ed è terza nell’altro (1.376,6 MW). La produzione conferma la leadership del vento (2.803 GWh, secondo dato nazionale) e la forte presenza del fotovoltaico (1.958,8 GWh, quinto posto nazionale). Tutte le altre fonti, invece, hanno percentuali minime e di fatto collocano la nostra regione agli ultimi posti nazionali. Eppure investire converrebbe, eccome. A fare qualche stima ci aveva pensato proprio la Regione la scorsa primavera con i dati contenuti nel nuovo Piano energetico. Le cifre comprendono l’insieme del settore energetico – anche se si intendono potenziare, così come confermano i bandi con fondi Ue, le fonti meno utilizzate come le bioenergie – però rendono l’idea di un settore potenzialmente straordinario: tra il 2020 e il 2030 si prevede un coinvolgimento di circa 400 mila lavoratori con un’occupazione media di 35 mila l’anno e 15,5 miliardi di investimenti da realizzare a regime.


Termovalorizzatori al Nord, discariche al Sud
Dai rifiuti energia per 3 mln di famiglie, nessuna siciliana

Nel corso del 2017, si sono ricavati 7,6 MW di energia dai termovalorizzatori e dal biometano del compostaggio, che hanno soddisfatto il fabbisogno di 2,8 milioni di famiglie. La distribuzione, tuttavia, non è esattamente equilibrata. Gli impianti di valorizzazione energetica, necessari per chiudere il ciclo dei rifiuti, sono ancora insufficienti, e quelli che ci sono si trovano sono quasi tutti al Nord, pochissimi al Centro Sud, nessuno in Sicilia.

Lo ha rilevato il “Rapporto sul recupero energetico da rifiuti in Italia” di Ispra e Utilitalia. Stando ai numeri, sono operativi 55 impianti di compostaggio dei rifiuti urbani (47 al Nord) per 6,1 milioni di tonnellate di rifiuti, che sono stati trasformati in fertilizzante compost e biometano. Altri 39 impianti di incenerimento hanno trattato 6,1 milioni di tonnellate di rifiuti (85% delle scorie prodotte sono state avviate a riciclo), considerando inoltre che per diversi inceneritori i limiti sulle emissioni applicati sono più stringenti di quelli di legge. Gli impianti di digestione anaerobica hanno prodotto 1,2 mln di MWh e gli inceneritori 6,4 milioni di MWh, tra produzione elettrica e termica. Andando nel dettaglio, si può dire che il “100% dell’energia prodotta dagli impianti di compostaggio ed il 51% di quella prodotta dai termovalorizzatori è energia rinnovabile, e non produce quindi gas serra”.


Incentivi per aumentare produzione rinnovabili
Impianti, nel Decreto Fer 1 una grande opportunità

Mancano pochi giorni per l’apertura del primo bando del decreto Fer1 che è previsto per il 30 settembre. Il provvedimento, firmato dai ministri Di Maio e Costa lo scorso luglio, è stato pubblicato il 9 agosto sulla Gazzetta ufficiale e prevede incentivi per potenziare l’apparato degli impianti da fonte rinnovabile, quindi favorendo la diffusione di impianti fotovoltaici, eolici, idroelettrici e a gas di depurazione.
Secondo il ministero dello Sviluppo economico, l’attuazione del provvedimento consentirà la realizzazione di impianti per una “potenza complessiva di circa 8.000 MW, con un aumento della produzione da fonti rinnovabili di circa 12 miliardi di kWh e con investimenti attivati stimati nell’ordine di 10 miliardi di euro”. Si lavorerà parallelamente anche per coniugare rinnovabili e risanamento ambientale, visto che la priorità sarà data agli impianti realizzati su discariche chiuse e sui Siti di Interesse Nazionale ai fini della bonifica, ma anche a quelli realizzati su scuole, ospedali ed altri edifici pubblici per “impianti fotovoltaici i cui moduli sono installati in sostituzione di coperture di edifici e fabbricati rurali su cui è operata la completa rimozione dell’eternit o dell’amianto”.

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