Infrastrutture a Messina, non solo Ponte sullo Stretto. Opere per miliardi in attesa di una svolta - QdS

Infrastrutture a Messina, non solo Ponte sullo Stretto. Opere per miliardi in attesa di una svolta

Lina Bruno

Infrastrutture a Messina, non solo Ponte sullo Stretto. Opere per miliardi in attesa di una svolta

martedì 23 Giugno 2020 - 00:00
Infrastrutture a Messina, non solo Ponte sullo Stretto. Opere per miliardi in attesa di una svolta

Dal risanamento delle baraccopoli alla realizzazione della Cittadella della Cultura, passando per la via Don Blasco e il porto di Tremestieri

MESSINA – Riqualificare, collegare, valorizzare. Sono le parole chiave che disegnano il percorso verso la Messina del futuro, su cui ci concentriamo dopo i dettagliati focus già fatti su Catania e Palermo. Una Messina che il vice sindaco e assessore ai Lavori pubblici, Salvatore Mondello, vorrebbe vedere allineata agli standard delle metropoli europee.

È tutto inserito in quel lavoro di pianificazione in corso, attraverso la redazione di Prg, Pgtu e Pums, e che prefigura una città con zero edificazioni a favore della rigenerazione urbana e il recupero, una città più smart, sostenibile, con più isole pedonali e piste ciclabili. Uno scenario che però sembra ancora lontano e che implica tra l’altro una rivoluzione culturale che abbatta le tante resistenze al cambiamento ancora presenti tra i cittadini.

Ma per dare una forma credibile al futuro bisogna chiudere le tante questioni aperte che vengono dal passato: dalle grandi infrastrutture come il nuovo porto di Tremestieri e la via Don Blasco alla grande ferita urbana, ma anche sociale, che sono le baraccopoli fino alla Zona Falcata con cui la città deve finalmente conciliarsi, riconoscendole la dignità di luogo storico artistico a fronte di una scelta industriale di cui rimangono solo i veleni. Sullo sfondo, poi, resta la madre di tutte le infrastrutture, il Ponte sullo Stretto, su cui ciclicamente si riaccende il dibattito politico.

Le recenti dichiarazioni di alcuni ministri hanno fatto riemergere nuove speranze, il premier Giuseppe Conte ha parlato di valutazioni da fare sul rapporto costi-benefici. Per il momento, la certezza è che la mancata realizzazione di quest’opera ha avuto ripercussioni incalcolabili sullo sviluppo di un’intera area, oltre a un ingente spreco di risorse. Il Ponte non è più una questione regionale: tutto si gioca sulla sua rilevanza strategica in uno scenario europeo dentro cui la crisi in atto potrebbe innescare nuovi riposizionamenti.

“Parlerei di scenari mediterranei – spiega Mondello – perché l’opera muterebbe la logistica navale in modo importante. Si immagini il ruolo che potrebbe assumere Gioia Tauro se ci fosse il Ponte. Credo in ogni caso che per potere fare le cose bisogna crearne i presupposti e ci credo tanto che ho dato mandato ai progettisti del Prg di predisporre lo scenario A senza il Ponte e quello B con il Ponte, perché voglio capirne strategicamente gli effetti. È una visione pragmatica, non politicizzata, perché andare a strumentalizzare ideologicamente un’infrastruttura è uno dei fallimenti della politica degli ultimi trent’anni”.

Affaccio a mare e portualità sono le due direttrici intorno a cui ruotano gran parte delle opere strategiche in fase di realizzazione. A fare da snodo sarà la via Don Blasco, parallela alla via La Farina, che collegherà la zona portuale con Gazzi e quindi gli svincoli autostradali. Il percorso partirà dal cavalcavia – Tommaso Cannizzaro per quasi quattro km. La strada risalirà su via Santa Cecilia e s’inoltrerà lungo l’ex area ferroviaria della “piccola velocità”. Nella parte bassa del viale Europa, sarà realizzata una rotatoria e tra viale Europa, via Salandra e via Maregrosso sono previste le nuove interconnessioni anche con via Acireale. Un’opera da 27 milioni di euro – finanziata per il 55% dallo Stato, il 25% dalla Regione e il 20% dall’Autorità portuale – pensata nel 1989, iniziata a progettare nel 1996 e da allora tormentata da ostacoli di vario genere.

Nel 2017 c’è stata la firma del contratto con il Consorzio Medil Scarl ma per la consegna dei lavori si è dovuto attendere fino a dicembre 2018. “Siamo al 35% di realizzazione – ha detto Mondello – anche perché c’è stato un rallentamento per la presenza di un ordigno bellico e un ritrovamento di natura archeologica che ha avuto la necessità del presidio, durante la trivellazione dei pali, degli archeologi della soprintendenza. Quando ci siamo insediati mancava la valutazione ambientale, il nulla osta del Genio civile e non c’era la delibera di Consiglio per il cambio di priorità e la demolizione delle case D’Arrigo. Oltre ad avere liberato il cantiere abbiamo risolto anche un pezzo di, risanamento perché le case D’Arrigo erano in una frangia dell’ambito E”.

Completato questo asse virtuale tra porto storico e porto di Tremestieri – la consegna dell’opera è prevista per il 2021 – si andrà oltre. È in fase di progettazione definitiva infatti, in sinergia con l’Autorità portuale, il prolungamento della via Don Blasco, con la cosiddetta via Marina. Lungo quest’asse un’altra opera strategica di supporto sarà la piastra logistica di San Filippo, anche qui progettazione definitiva e finanziamento in sinergia con l’Autorità portuale. Si conta di chiudere questa fase entro dicembre 2020 per usufruire dell’appalto integrato.

Intoppi e ostacoli non hanno risparmiato neppure il Nuovo Porto di Tremestieri. Dopo una serie di controversie giudiziarie nel 2013, l’appalto di circa 74 milioni di euro venne aggiudicato alla veneziana Coedmar, ma i lavori furono consegnati solo nel novembre del 2018 per essere stoppati però quasi subito per delle anomalie. Ci riferiamo in particolare alla presenza di 45 mila tonnellate di sfabbricidi sotto il terreno di sedime, settecento massi, parte delle mantellate di protezione messe da Fs e uno strato compatto sul fondale. Si è dovuta redigere quindi una variante che è stata approvata sotto il profilo sismico e si aspetta un ultimo parere dall’Autorità di bacino. I lavori dovrebbero ripartire tra alcuni giorni, a quel punto si potranno conteggiare i 18 mesi previsti per la realizzazione.

“Dovremo capire come gestire questa fase fino al 2022 – spiega Mario Mega, presidente dell’Autorità di Sistema portuale dello Stretto. Il traffico dei mezzi pesanti è in aumento. C’è una domanda strutturale in crescita e dunque dovremo trovare soluzioni organizzative. La pressione degli autotrasportatori per poter transitare in tempi rapidi è molto forte. L’utilizzo esclusivo della Rada San Francesco come valvola di sfogo è una soluzione che comporta un carico troppo gravoso per la città, quindi dovremo ricondurne l’utilizzo all’eccezionalità. Dobbiamo agire sull’organizzazione degli spostamenti ed evitare il picco di domanda senza capacità di attraversamento”.

Per riqualificare la Zona Falcata bisogna prima bonificare. L’attività di caratterizzazione avviata dall’Autorità portuale, in collaborazione con l’Università, dovrebbe concludersi entro l’autunno. A quel punto si avrà il quadro definitivo dei livelli di contaminazione e inquinamento e potrà partire la stesura dei piani di bonifica. “Nella zona falcata – afferma Mega- è presente il nostro impegno per valorizzare, ma per bonificare e rendere le aree utilizzabili si dovranno trovare risorse nazionali o regionali, perché se dovessero risultare, come sembra, alcune parti fortemente contaminate, occorreranno secondo le prime stime dagli ottanta ai cento milioni di euro”.

Il Comune sta lavorando al nodo di cerniera con la stazione marittima e pensa a una “rifunzionalizzazione” delle aree. È stato intanto siglato un protocollo di intesa con la Marina Militare per la fruizione dei beni architettonici all’interno della base, quindi c’è la Real cittadella che va riqualificata e un parco urbano da realizzare per completare la connessione con il cuore della città.

Area portuale
Avviare iniziative strategiche a sostegno dell’imprenditoria
Nel Piano operativo portuale in corso di redazione, l’Autorità di Sistema portuale dello Stretto vuole sviluppare azioni strategiche da supporto all’imprenditoria e alla crescita di alcuni comparti, anche cambiando approccio rispetto al passato. Il crocierismo ancora una volta ha mostrato la sua fragilità: stavolta è stato il Coronavirus a bloccarlo in tutto il mondo, negli anni passati è venuto meno nelle aree di crisi a vantaggio di Paesi più sicuri.

“Adesso – dice il presidente dell’Authority, Mario Mega – stiamo lavorando per farci trovare pronti, operando modifiche nell’attuale terminal per applicare i protocolli. Il cambiamento delle condizioni operative, con separazione dei flussi e controlli, ci sta costringendo a rivedere il progetto del nuovo Terminal: saranno necessari dei lavori integrativi supplementari. La gara sarà aggiudicata entro luglio e il cantiere potrebbe partire in autunno. Sappiamo che per Messina è un settore importante, cresciuto negli ultimi anni e ci sono delle aspettative importanti. Ma considerare il crocierismo come unico segmento del turismo può essere un problema. Pensiamo invece a un crocierismo diverso, sperimentiamo altri ambiti utilizzando le traversate nello Stretto e offrendo per esempio navigazioni esperienziali”.

La Rada San Francesco, una volta completato il nuovo porto di Tremestieri, potrebbe essere utilizzata come infrastruttura turistica. E bisogna capire quale sarà il futuro della concessione a Caronte e Tourist, attualmente in scadenza. “Dovremo verificare nei prossimi mesi – spiega Mega – se c’è interesse di qualche altro operatore e a quel punto decidere come intervenire. La concessione verrà prorogata per effetto del Dl Rilancio, al limite di un anno, e a quel punto ci porremo il problema di come dare risposte a un mercato che quanto più è allargato e libero meglio è”.

Anche per l’area fieristica, che rientra nelle Zes, si vuole dare spazio all’imprenditoria locale con lo stop al concessionario unico. “Non condivido – conclude Mega – la vecchia idea di avere un unico investitore. Credo che l’imprenditoria locale debba essere coinvolta in modo diretto. Insieme al Comune dovremmo definire le funzioni che vogliamo vengano svolte, fare un piano complessivo di destinazione delle aree e poi procedere. Non più un bando unico, che ha tenuto bloccato quello spazio per anni senza che si sia fatto nulla”.

Baracche e risanamento
Dopo decenni di promesse è tempo di passare ai fatti
MESSINA – Sette le aree di Risanamento individuate, ancora 72 insediamenti degradati nel tessuto urbano, ma la recente ricognizione ha portato a un ulteriore incremento di zone baraccate, come quella di Gazzi. Il censimento del 2002 contava 2.400 nuclei abitativi, oggi con l’aggiornamento effettuato sono 3.200 le case necessarie per coprire tutte le necessità. Numeri importanti ma l’Amministrazione si sente abbastanza forte, in grado di chiudere la partita, insieme al’Agenzia per il Risanamento istituita nel 2018.

Solo a ottobre 2019 però ArisMe ha avuto il suo contratto di servizio, l’atto cioè che ne regola i rapporti con il Comune e che gli conferisce la piena operatività. Dal 1990 al 2019 sono state realizzati e assegnati 606 alloggi per un costo di 78 milioni 600 mila euro sui circa 258 milioni assegnati dalla legge 10/90. L’acquisto sembra la strada più celere.

“Non possiamo – dice il presidente di ArisMe, Marcello Scurria – far aspettare altri 15 anni le famiglie che vivono in condizione d’emergenza”. L’obiettivo era acquistare duecento-trecento alloggi entro la fine del 2019 ma al momento ne sono stati comprati soltanto novanta e con i consulenti se ne stanno verificando altri 350.

Per il risanamento sono stati riprogrammati circa 30 milioni di euro di fondi Pon e Poc e recuperati, alla Regione, circa 13 milioni di euro di finanziamenti impegnati e non spesi. Il cuore del problema sembra però Fondo Fucile, dove serve il numero più alto di case. L’idea di costruire però non è stata del tutto abbandonata, tanto che sono stati depositati due progetti approvati dalla Regione per la realizzazione di ottanta alloggi al Rione Taormina, si avvierà la procedura appena arriveranno i finanziamenti , ma la tempistica è anche legata al Codice degli appalti e quindi diluita nel tempo.

Dalla Regione passi in avanti per la Cittadella della cultura
Avviato l’iter per la riqualificazione dell’ex ospedale Regina Margherita
MESSINA – Da ex ospedale a Polo culturale capace di attrarre nuovi flussi turistici. Sorgerebbe sul viale della Libertà, a due passi dal Museo regionale, dalla Rada San Francesco e dalla linea tramviaria, una rigenerazione che potrebbe fare rivivere un’intera area affacciata sul mare, adesso paradossalmente marginale, con l’avvio di attività imprenditoriali connesse.

Con l’atto deliberativo del Governo regionale si è avviato così l’iter per la riqualificazione dei quattro padiglioni dell’ex ospedale Regina Margherita, che dovranno ospitare il Museo archeologico, il Museo del terremoto del 1908, la Biblioteca regionale e gli uffici della Soprintendenza per i Beni culturali. Le procedure di gara per la realizzazione del progetto sono state affidate al Dipartimento regionale Tecnico. Il costo preventivato dell’operazione è di 30 milioni di euro, soldi presi dai Fondi del Patto per il Sud e da risorse ex art. 38.

“La realizzazione della Cittadella della Cultura – dichiara il neo assessore ai Beni culturali Alberto Samonà – rappresenta una priorità del Governo Musumeci e un ambizioso progetto di recupero e destinazione alla fruizione pubblica di uno spazio oggi degradato. Vuole essere, oltre che un forte segnale di attenzione verso la città di Messina, anche espressione tangibile della volontà del Governo di operare nella direzione del recupero e della riqualificazione del patrimonio regionale esistente attraverso un’azione di mantenimento e miglioramento delle testimonianze storico-architettoniche esistenti”.

Nel 2016 l’ex complesso ospedaliero era stato concesso in comodato d’uso per 99 anni dall’Asp alla Regione, assessorato ai Beni culturali. Da allora, solo silenzio, mentre la costruzione di stile neoclassico degli anni Trenta è andata sempre più nel degrado. I padiglioni interessati dall’intervento sono quattro, tra cui il dieci, “che ospiterà la Biblioteca universitaria e che – sottolinea Samonà – sebbene realizzato negli anni Sessanta, costituisce un esempio emblematico dell’architettura contemporanea, frutto della sperimentazione e della ricerca ispirata al linguaggio architettonico e per questo già sottoposto dall’assessorato a tutela”.

“Via metà delle baracche entro il 2021”
Ecco il piano del vice sindaco Mondello
“Tra le mie varie deleghe ritengo che quella sul Risanamento (gestita insieme a Infrastrutture e Lavori pubblici, Edilizia, Mobilità, Piano strategico urbano, Beni culturali e ambientali, Ponte sullo Stretto) sia la più qualificante. È inaccettabile che nel 2020 ci siano ancora persone nelle baracche”. Così Salvatore Mondello racconta dei tanti sopralluoghi, delle tante storie, di quel padre che preferisce stare in baracca piuttosto che andare a pagare un affitto, perché quei soldi risparmiati li sta utilizzando per mantenere il figlio alla Facoltà di Ingegneria e dargli così una possibilità di futuro.

“La nostra – sottolinea il vice sindaco – è un’azione che prevede parallelamente, l’assegnazione delle case e la demolizione delle baracche. Abbiamo visto con il presidente di Arisme, Marcello Scurria, come rimodulare le risorse per destinarle alla demolizione, perché per acquistare stiamo attingendo ai fondi Pon. Siamo riusciti a riprogrammare 4 milioni di euro subito e altri 9 saranno presto disponibili. Con queste risorse stiamo predisponendo il progetto”.

La strategia dell’Amministrazione una volta liberate le aree è riassunta nelle parole di Mondello: “Ho dato mandato al professore Carlo Gasparrini, consulente per il nuovo Prg, di lavorare sulle aree che diventeranno per due terzi oggetto di riqualificazione, con attrezzature collettive con standard urbanistici, campi sportivi e aree gioco, mentre per un terzo saranno, in un partenariato pubblico- privato, utilizzate per la realizzazione di immobili di edilizia residenziale e attività commerciali”.

Il problema resta reperire gli alloggi. “A settembre – sottolinea Mondello – riusciremo a chiudere il primo blocco che riguarda le emergenze residuali. Il cuore del problema è sicuramente Fondo Fucile, dove ci servono un numero importante di case. Entro la fine dell’anno speriamo di superare alcuni nodi e mi auguro che nel frattempo la legge in discussione in Parlamento possa avere seguito, consentendoci di avere poteri speciali. Noi o anche un commissario esterno all’Amministrazione, che ci consenta di snellire le procedure. Sarebbe l’ideale un modello Genova applicato al Risanamento. Mi sento di dire che a Metà del 2021 saremo a metà dello sbaraccamento, a fine mandato sarà completato”.

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